Le cortigiane veneziane

Le cortigiane veneziane

IL FENOMENO DELLE CORTIGIANE ERA BEN TOLLERATO DALLA VENEZIA DEL ’500 In una città cosmopolita come Venezia, dove gli stranieri andavano e venivano in continuazione, il fenomeno delle cortigiane era ben tollerato e a volte addirittura incentivato. Secondo un censimento del 1509 se ne contavano 11.164. Oltre al commercio delle spezie orientali, del sale e delle stoffe, un capitolo molto importante dell’economia veneziana era costituito da ciò che oggi chiameremmo turismo. Per attrarre questa clientela, la Serenissima si era accaparrata un gran numero di reliquie preziose. Ma siccome gli uomini d’affari e i pellegrini non vivevano di puro spirito, la prostituzione fioriva.

IL QUARTIERE DELLE CORTIGIANE

Dalla prima metà del ’300, le cortigiane erano obbligate ad abitare in un quartiere vicino a Rialto chiamato “il Castelletto”.

Oltre che al “Castelletto” le meretrici avevano dimora anche dalle parti di San Cassiano ed esattamente nelle case di proprietà della nobile e antica famiglia Trapani, in veneziano Ca’ (casa) Rampani, ora chiamata zona delle carampane, nomignolo che a Venezia per lungo tempo è stato sinonimo di vecchia prostituta. Il Rio terà delle Carampane arrivava fino al ponte delle Tette.

Da sopra questo ponte le cortigiane si affacciavano con i seni scoperti per allettare i passanti. A volte le si intavedeva alla finestra anche completamente nude a mostrare le loro grazie. Era, si dice, un’imposizione fatta dal governo per “distogliere gli uomini dal peccare contro natura”.

Il problema dell’omosessualità era molto sentito a Venezia soprattutto nel ’500. L’omosessualità era così diffusa nella Venezia del Cinquecento, da indurre le prostitute, nel 1511, a inviare una supplica all’allora patriarca Antonio Contarini affinchè facesse qualcosa in merito, perchè sembra non avessero più clienti. Forse la vera ragione della loro crisi economica era però un’altra: che erano troppe!

Comunque ogni venerdì si raccoglieva il collegio dei deputati per decidere la sorte dei colpevoli di sodomia. Gli omosessuali venivano impiccati nelle due colonne della piazzetta di S. Marco e poi bruciati.

REGOLE PER LE CORTIGIANE

Attività e comportamenti delle cortigiane erano minuziosamente regolati dalla Repubblica di Venezia. Fu loro interdetto di uscire a “corsi” (ponti di barche organizzati in occasione di festività) diversi da quello del Rio della Sensa a Sant’Alvise, che divenne perciò senz’altro il “corso delle cortigiane”, frequentatissimo. Alla sera, dopo la terza campana, le meretrici dovevano rientrare a casa pena una multa e 10 frustate. 15 frustate era la pena per avvicinare quotecorner.com/online-pharmacy.html uomini nel periodo di Natale, della Pasqua e altri giorni sacri. Non potevano frequentare le osterie e potevano girare per Venezia solo di sabato.

COME VESTIVANO

Quelle di basso rango non avevano un vestiario uniforme perché «l’iniqualità della fortuna fa che non tutte vanno pompose allo stesso modo». Portavano abiti tendenti «piuttosto al virile», come giubboni di tela, camicie e braghe da uomo. Mentre quelle definite cortigiane Honeste avevano lunghe pompose gonne di raso, ed erano spesso seguite da uno stuolo di paggetti. ogni casa c’era la “matrona”, la direttrice, che controllava tutto anche contabilità e pagamento delle tasse. DUE CATEGORIE DI CORTIGIANE

C’erano due categorie di cortigiane: quelle di basso rango che vivevano in casa malsane e che erano frequentate dal popolino e quelle d’alto rango. Queste cortigiane erano invidiate soprattutto dalle nobildonne, schiave di mille regole, per la libertà che esse godevano e per le importanti amicizie che potevano assicurarsi. I loro abiti erano elegantissimi, famose erano le loro chiome biondo-rossastro, il famoso rosso Tiziano, spesso e volentieri potevano pure dimenticarsi di sfoggiare i fazzoletti da collo gialli imposti dal Consiglio dei Dieci perché tra i loro frequentatori non mancano alti magistrati della Repubblica.

VERONICA FRANCO Una delle cortigiane più famose nella storia, divenuta vera e propria eroina del ’500, fu Veronica Franco, veneziana di nascita borghese, famosa anche per i suoi sonetti e la sua poesia. Tra i suoi corteggiatori contò Marco Venier (di antica e potente famiglia) e a un certo punto della sua carriera sfidò a un duello all’arma bianca l’anonimo autore di certe poesie nelle quali veniva pesantemente insultata per poi, una volta scoperto l’autore delle offese, dedicargli duecentotto versi che iniziavano con un’ammonizione che riprende una norma precisa del galateo cortese: “di ardito cavalier non è prodezza” colpire una donna. Nel 1574 Veronica ricevette nel suo salotto, in un incontro coperto dal massimo riserbo che tuttavia – o forse proprio per questo – destò il massimo scalpore, Enrico di Valois, figlio di Caterina de’ Medici in procinto di ricevere la corona di Francia: Enrico ripartì da Venezia con un ritratto in smalto della bella ospite, che lo ringraziò delle attenzioni ricevute nel modo che le era più congeniale, cioè dedicandogli due sonetti.

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