Venezia grandi mostre: a Palazzo Franchetti l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti presenta “I Macchiaioli”
8 marzo - 27 luglio 2008
I Capolavori della Collezione Mario Tarangoni
Palazzo Franchetti a Venezia ha fatto una scelta: il collezionismo d’arte. L’anno scorso hanno presentato gli autoritratti degli Uffizi. Quest’anno è il momento di un altro collezionista, Mario Taragoni. Un uomo del XX secolo che si occupava di banca e di affari, che aveva una sua idea dell’Ottocento pittorico italiano e che con minuziosa pazienza, con curiosità, con passione e con metodo, ha messo insieme una serie cospicua di piccoli capolavori. Piccoli per le dimensioni, piccoli per il carattere intimo,sentimentale, poetico. Grandi, in realtà, per lo sguardo nuovo che ci permettono di allungare sulla stagione più bella della nostra storia artistica moderna.

Mario Taragoni, “gran borghese” degli anni trenta, dirigente a Genova della Banca d’America e d’Italia, non comprava per investimento. Quando comprava, comprava perché sollecitato da quel tipo di curiosità che si può definire al meglio con la parola “innamoramento”. Taragoni amava i macchiaioli ma – questo è importante – non li amava in modo generico, indifferenziato. Infatti il vero collezionista è colui che sa stringere il fuoco dell’obiettivo su un’epoca, su uno o più autori e poi lo affina ulteriormente privilegiando aspetti specifici, tendenze particolari di quell’epoca e di quegli autori.
Era ben consapevole che la fase davvero innovativa e la stagione pienamente compiuta della “macchia”, si realizzano quando le novità tecniche sperimentate sul quadro di figura vengono applicate al paesaggio en plein air o a quello speciale paesaggio moderno che è l’interno borghese.
All’interno del movimento macchiaiolo, Mario Taragoni era attratto dagli aspetti più obliqui, più intimistici, più sperimentali di quella stagione e di quegli autori. Sosta sotto la pioggia del vecchio Fattori, il Lega febbrile e visionario degli anni tardi, le varianti sentimentali e eccentriche di Armando Spadini e di Mario Puccini,
toccavano la sua sensibilità di collezionista più delle opere improntate a squisito equilibrio formale uscite dalla stagione di Castiglioncello e di Piagentina. Sotto questo aspetto la raffinata antologica dell’Ottocento toscano raccolta in Palazzo Franchetti assume importanza scientifica non irrilevante perché apre una prospettiva se non inedita certamente inusuale sul movimento macchiaiolo. Una prospettiva, un punto di vista inventati e sperimentati da un colto collezionista che aveva letto i libri, studiato e valutato critici, storici, galleristi ma che poi, in ultima analisi, aveva saputo guardare con i suoi occhi e decidere con la sua mente e con il suo cuore.




















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