Venezia, “IMMAGINI DELL’INVISIBILE, Jean Odermatt e Silvio Wolf”, due fotografi a confronto.
10 ottobre – 13 dicembre 2008
Spazio Culturale Svizzero, Campo S.Agnese
E’ aperta da domani la mostra di arte contemporanea “Immagini dell’invisibile. Jean Odermatt – Silvio Wolf” presso lo Spazio Culturale Svizzero, in Campo S.Agnese a Venezia. L’esposizione mette a confronto due artisti: l’uno svizzero (Jean Odermatt) e l’altro italiano (Silvio Wolf), articolandosi attorno a due luoghi omonimamente e metaforicamente simili. Uno la claustra del Gottardo (ex bunker dell’esercito svizzero), l’altro il caveau dell’ex-Banca del Gottardo, ora banca BSI, progettato dall’architetto Mario Botta.
Il titolo di questa mostra è il punto d’avvio per uno sguardo su due orizzonti dell’esperienza e dell’arte di due fotografi ma non solo, Jean Odermatt e Silvio Wolf, che vanno oltre le forme della rappresentazione e, senza perdersi in opere e ombre evanescenti, si radicano nei processi simbolici della nostra sensibilità e dei suoi oggetti.
Jean Odermatt, di formazione sociologo, da 25 anni ha fatto del massiccio del San Gottardo, posto al centro delle Alpi e “tetto d’Europa”, il soggetto di una
ricerca personale. Dall’alto della sua cittadella, la Claustra, sorta di monastero post moderno, ricavata dall’ex ridotto mai più utilizzato dell’esercito svizzero, Odermatt ha osservato e esplorato meticolosamente per un quarto di secolo, i mutamenti di questo paesaggio e territorio di confine. Del suo composito progetto fanno parte un’infinita sequenza di scatti fotografici, chiosate spesso da brani tratti da diari arricchiti di riferimenti letterari, di memorie di vita vissuta, appunti di viaggio. Luogo topico, ma in fondo anche “non luogo” in cui tramite il mezzo fotografico, Odermatt osserva l’aspetto esteriore della terra o del cielo, ma anche quello intimo, le sue viscere, facendolo apparire come organismo vivente nella sua mutevolezza nel corso del tempo, delle condizioni atmosferiche e della luce.
Silvio Wolf, di formazione filosofo, nei suoi primi anni di attività artistica ha utilizzato il mezzo fotografico esplorandone gli statuti, il linguaggio e la bidimensionalità dell’immagine. Il suo lavoro si è sempre orientato in direzioni diverse da quelle tradizionali, tese allora a privilegiare il valore testimoniale e narrativo dell’immagine fotografica, ricercando invece una visione più soggettiva e metaforica della realtà.
In particolare nell’architettura ricerca una guida e una legge sottesa: nel suo viaggio attraverso segni, canoni e codici dello spazio, esplora la soglia tra il presente e l’altrove, tra realtà materiale ed entità immateriali. Su questa strada crea immagini che sono metafore del luogo, fondate sia sulla verosimiglianza, sia sull’idea di scomparsa e di trascendimento: sono immagini senza tempo di luoghi eterni.
L’opera presentata a Venezia e’ composta da due parti complementari e distinte: La Verità, l’insieme dei lavori fotografici, e Il Tesoro, l’opera video.
Tania Danieli
















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